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INNOVAZIONI E CREATIVITÀ DELL'ARTE MODERNA

Impressionismo veristico in Abruzzo

I PITTORI DELLA LUCE

 

Pasquale Celommi (1851-1928) nacque a Montepagano, sulle colline a ridosso di Roseto degli Abruzzi. Quando la famiglia si trasferì sulla marina per dedicarsi alla pesca, il giovane Pasquale, avviato alla vita di pescatore, fu costretto a seguire il padre e fu esperienza che impronterà profondamente la sua arte. Capostipite di una “famiglia d'arte”, la triade rosetana  de « i pittori della luce », fu definito « Pittore dei pescatori e dei pastori ». Rivelò presto le sue attitudini cominciando a ritrarre con rapidi tratti, su fogli sparsi, impressioni colte dal vero: figure, scene marinare, volti di pescatori. Quando vinse il concorso per il pensionato artistico indetto dall'Amministrazione Provinciale di Teramo e poté frequentare l'Istituto di belle arti di Firenze, seguì finalmente la sua naturale vocazione. Ebbe grande giovamento dal soggiorno fiorentino: maturò la sua cultura, perfezionò la sua tecnica pittorica, si formò una spiccata personalità. Tra le frequentazioni fiorentine di Celommi, si annovera anche lo scultore giuliese Raffaello Pagliaccetti. Tornato a Roseto, mise a frutto quanto aveva preso a Firenze continuando la sua attività attratto dalla bellezza della sua terra: dal mare ai monti, dalla vita semplice dei marinai a quella dei contadini. La sua fama esplose nel 1895 quando presentò alla Internazionale di Roma «Il Ciabattino», opera tanto lodata dalla critica quanto ammirata dal pubblico. Le sue moltissime composizioni, tratte dall'Abruzzo montano e marinaro, colpiscono per la purezza del disegno e per la luminosità dei colori: quanta pace e serenità nelle scene campestri, quanta bellezza e luminosità nelle composizioni marine! Sugli sfondi, caratteristici paesaggi si perdono nelle profondità prospettiche dove la luminosità dei cieli risalta per i particolari effetti dorati e madreperlacei; la luce, tormento dei pittori dell'epoca e dei “Macchiaioli” toscani lui l'aveva trovata nella tavolozza. «Idillio», «La vendemmia», «La pesca abbondante», «Contadina con canestro» sono i titoli che ci vengono in mente tra i tanti delle sue opere. L'Abruzzo è presente anche nelle composizioni di genere: «Il ritorno dalla fiera» una scena tipicamente locale dall'angolo affumicato della cucina campagnola, ai semplici mobili, alle stoviglie, ai personaggi, ai costumi; «Il matrimonio» dove vengono messe in risalto tradizioni di particolari cerimonie; «La vedetta», della stessa forza de «Il ciabattino», con la tipica figura di contadino intento a leggere, che ci sembra quasi sentir sillabare dall'atteggiamento delle labbra.  

 

La pittura di Pasquale Celommi «dal figurativismo all'impressionismo veristico» evidenzia quel piacevole verismo ben lontano dalle pedanti esecuzioni di fredde copie dal vero: si sentono insieme l'anima e la sensibilità dell'artista nel colore che gioca forte il suo ruolo: ora tenue e riposante, ora forte e brillante, talora armoniosamente musicale e squillante sui fondi scuri; un verismo quindi sui generis, che ancora desta ammirazione e stupore.

 

Amico e coetaneo di Pasquale Celommi, Francesco Paolo Michetti lavorava nello stesso periodo nella sua dimora di Francavilla al Mare e, mentre Celommi riscuoteva successo ed elogi a Roma, nel 1895, per il suo «Ciabattino», Michetti portava a compimento la grande «La figlia di Jorio».

 

Il figlio Raffaello (1881-1957) seppe raccogliere degnamente l'eredità paterna seguendola con una singolare continuità di linguaggio, di intonazioni, di felici realizzazioni. Trattò gli stessi temi; ebbe, si può dire, la stessa pennellata, attinse dalla stessa tavolozza: la luce uscì ancora a risplendere nelle sue opere. Scene pastorali, dorate marine, paesaggi incantevoli, nature morte, scene di vita marinara e ritratti caratteristici, talvolta anzi più incisivi di quelli paterni. Trattò anche temi religiosi; nella Chiesa di Sant'Antonio di Pescara si può ammirare il suo «Sant'Antonio col Bambino».

 

Anch’egli, com'era accaduto al padre trent'anni prima, lasciò in eredità al nipote Luigi, terzo dei Celommi (1933) il patrimonio artistico accumulato da due generazioni.

 

L'arte dei Celommi continua, si adegua ai tempi; Luigi è riuscito a fondere le esperienze passate con le esigenze attuali creandosi un linguaggio più sciolto e lineare, un mezzo di espressione pittorica più immediata e spontanea; la pennellata disegna le immagini nell'essenziale, il colore passa attraverso studiate gradualità con intonazioni nuove, con luce diversa ma sempre viva; anche i suoi soggetti sono «nuovi», tratti prevalentemente dall'ambiente familiare, e spesso esaltano la donna nelle sue espressioni più intime peculiari.

(fonte: Abruzzo nel Novecento, 1984 – Didattica Costantini, Pescara)

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