ATTIMIESCATTI d'Autore ᅳ Espressioni Fotografiche ©


twitter
facebook
instagram
youtube
a47a03e4-d0a2-4541-ba97-42b3070e1c0a

Barbara Angiolini - All rights reserved

a47a03e4-d0a2-4541-ba97-42b3070e1c0a

Lorem ipsum dolor

Scultura ellenistica

Con le sue conquiste in Oriente e nell'Africa settentrionale, Alessandro Magno aveva creato un grande impero che si frantumò alla sua morte, avvenuta a Babilonia nel 323 a.C.
Dopo la scomparsa di Alessandro l'impero si divise in numerosi regni cosiddetti ellenistici, retti dai suoi generali. Questi, a loro volta, furono gli iniziatori di nuove dinastie.
Per Ellenismo si intende, dunque, l'ellenizzazione dei territori conquistati: il vincitore greco porta al vinto la propria cultura (in particolare l'arte e la lingua), ma dal vinto eredita altri valori. L'integrazione di diverse culture, pertanto, dà vita anche a un gusto e a un nuovo linguaggio artistico comuni.
In età ellenistica i committenti delle grandi opere sono i regnanti, i potenti o i facoltosi. Carattere distintivo dell'arte ellenistica è perciò la celebrazione del singolo. Allo stesso modo, gli antichi ideali della polis si sostituiscono a quelli delle più vaste e nuove entità statali. Con l'ampliamento dei confini del mondo ellenico, gli artisti viaggiano sempre di più: il cosmopolitismo, cioè la formazione culturale internazionale, ne è una delle conseguenze.

La scultura ellenistica si presenta con la caratterizzazione fisionomica secondo un canone non più solo stilistico e proporzionale, proprio degli artisti del V secolo. L'uomo viene considerato per quello che è, un individuo con una propria fisionomia, e non soltanto una tipologia che risponde a una generalizzazione somatica. Il nuovo canone è quello della verità: l'artista non cerca più di rappresentare la nobiltà d'animo attraverso l'espressione del viso e l'attitudine dei corpi, ma vuole raffigurare anche l'anima, i sentimenti, le passioni ovvero il pathos.

NIKE DI SAMOTRACIA, 190 a.C.

Pitocrito di Rodi (incerto) - Museo del Louvre, Parigi

Scoperta nel 1863 su un promontorio dell’isola di Samotracia e condotta in Francia, la Nike fu sistemata nel Louvre nel 1867. Restaurata più volte, la statua, già attribuita a Pitòcrito di Rodi, e di recente a un artista che successivamente avrebbe collaborato alla realizzazione del grande fregio dell’Altare di Pergamo, proviene dall’isola di Rodi e venne realizzata verosimilmente per celebrare le vittorie della flotta dei Rodii, alleati di Roma e di Pergamo, contro Antioco III re di Siria. La Nike, che si specchiava nell’acqua di un ninfeo, è protesa verso il cielo, mentre atterra sulla prua di una nave, e si mostra ad ali spiegate in un dinamismo e in una vitalità prorompenti. Il vento modella il suo corpo, contro cui si incolla la veste leggera che quasi si dissolve, mettendo quindi in evidenza le curve morbide del suo corpo. Allo stesso tempo il vento torce l’abito che si avviluppa nello spazio fra le due gambe tenute scostate sottolineandone la tensione spaziale.

VENERE DI MILO, 130 A.C.

Alessandro di Antiochia - Museo del Louvre, Parigi

L’Afrodite di Milo, meglio conosciuta come Venere di Milo, è una delle più celebri statue greche. Scoperta a Milo nella primavera del 1820, la Venere fu acquistata dall’ambasciatore di Francia a Costantinopoli per essere donata al re Luigi XVIII che, a propria volta, ne fece dono al Louvre dove venne esposta nel 1821. È realizzata in due blocchi distinti che si collegano all’altezza delle anche, ma la giunzione è nascosta dall’incrociarsi del panneggio. Si presenta incompleta, essendo priva del braccio sinistro e di parte di quello destro.

fd915860-6c69-4703-bd04-9f018f6af986
8241580a-4cb4-4f62-a123-fc28a71c575c

APOLLO DEL BELVEDERE, 350 A.C.

Copia romana di un bronzo di Leocare con restauri di Giovanni Angelo Montorsoli - Cortile Ottagono dei Musei Vaticani

È una copia romana del II secolo d.C. di un originale in bronzo del IV secolo a.C. attribuito allo scultore greco Leochares, uno degli artisti che lavorarono al mausoleo di Alicarnasso, opera monumento collocata tra le sette meraviglie del mondo antico. La statua faceva parte della collezione che il Cardinale Giuliano della Rovere possedeva nel suo palazzo a Santi Apostoli. Divenuto papa con il nome di Giulio II (1503-1513), la scultura fu trasferita in Vaticano, dove è attestata almeno fin dal 1508. Molto ammirata fin dalla sua collocazione nel Cortile delle Statue, deve la sua consacrazione alle ispirate pagine di Johann Joachim Winckelmann che la considerava una sublime espressione dell'arte greca, "il più alto ideale dell'arte tra le opere antiche che si sono conservate fino a noi".

3c957ee2-733e-4e08-a762-e86c4cb74218
7cbbfcc4-0d5f-4ade-b250-ec2cdbd43f5a

GABINETTO DI LAOCOONTE

Copia marmorea di un originale bronzeo del 150 a.C. circa, Polidoro e Agesandro, Atenodoro di Rodi - Museo Pio Clementino dei Musei Vaticani

Il gruppo scultoreo di Laocoonte e i suoi figli, noto anche semplicemente come Gruppo del Laocoonte, è una scultura ellenistica in marmo conservata nel Museo Pio-Clementino, rinvenuto a Roma nei pressi della Domus Aurea nel 1506. L'opera è probabilmente una copia della versione originale in bronzo, che risale al 150 a.C.: vi sono molte ipotesi riguardo l'attribuzione dell'opera, ma la più accreditata sembra attribuire il gruppo scultoreo ad Agesandro, il figlio Atenodoro e Polidoro, di Rodi. Raffigura il sacerdote troiano Laocoonte e i suoi figli assaliti da serpenti marini. L’opera illustra uno dei capitoli di maggior partecipazione emotiva della mitica guerra di Troia così come era narrata da Virgilio: “Temo i Greci anche quando portano doni (timeo Danaos et dona ferentes)."
Nell'opera originale era assente il mantello sulla destra, sulla spalla del figlio, che funge da punto di appoggio per la statua. In particolare, spiccano l'espressività del corpo e del viso, tant'è che si parla di "barocco ellenistico" (o pergamano) per via dell'enorme coinvolgimento emotivo e teatrale. Vi è simmetria compositiva (il padre al centro e i figli agli estremi) e asimmetria emotiva: nel tentativo di liberarsi dalla stretta dei serpenti, Laocoonte richiama la sua forza e lascia trasparire la sua sofferenza spirituale, mentre uno dei figli è morente.

d0a70b68-cd2a-4eef-ab11-c320cb77ab60
5850c841-d8ea-4cee-9924-ef6861488e89
448fe6d0-9ccb-4444-ba68-711adc4ba7ad

DIVINITÀ FLUVIALE (Arno)

Statua distesa di dio fluviale (II secolo d.C.) - Musei Vaticani

La statua di divinità fluviale, dalla caratteristica posizione semigiacente, è databile all'età adrianea ed è ispirata a un prototipo ellenistico. Nei primi decenni del XVI secolo era collocata nel Cortile delle Statue a ornamento di una fontana costituita dal sarcofago, databile al 170-180 d.C. e decorato da una scena di battaglia tra i Greci e le Amazzoni. La scultura subì ampie integrazioni a opera di un valente artista rinascimentale, a cui si deve l'espressivo volto barbato. Una piccola testa di leone venne inoltre ricavata nel vaso, sempre di restauro, con ogni probabilità in omaggio a papa Leone X Medici (1513-1521). Questi elementi sembrano suggerire una identificazione con il fiume Arno, anche se la presenza del felino, interpretato come una tigre, ha in passato orientato verso il fiume mesopotamico Tigri.

9138e759-bfc0-4d20-89fa-aa6be0d565a7
569c9244-57c8-472f-a048-24789e4c5e55
ba34ce31-f4fe-4324-8839-cee78e8900c9

ATTIMIESCATTI d'Autore ᅳ Espressioni Fotografiche ©


twitter
facebook
instagram
youtube

Barbara Angiolini - All rights reserved